Venezia non poteva essere protetta da una diga tradizionale: la sfida contro le maree
3 Gennaio 2024
Perché la scelta di una barriera permanente avrebbe modificato il funzionamento della laguna e quali vincoli hanno guidato l’adozione delle chiusure mobili.
La laguna non è un porto da chiudere
L’idea di proteggere Venezia con una struttura fissa sembra, a prima vista, lineare: interrompere il collegamento con l’Adriatico per impedire la propagazione delle alte maree. Ma le bocche di porto non sono soltanto punti di ingresso dell’acqua durante gli eventi estremi. Attraverso di esse avvengono gli scambi quotidiani che concorrono alla dinamica della laguna e transitano imbarcazioni e attività commerciali.
Una chiusura permanente avrebbe quindi richiesto una radicale riorganizzazione degli scambi idraulici e della navigazione. Il problema progettuale consisteva nel separare temporaneamente mare e laguna soltanto quando necessario.
Dalla diga continua alla difesa reversibile
Il MOSE risponde a questo principio con strutture mobili collocate sul fondale. Nella maggior parte del tempo rimangono abbassate e consentono il passaggio dell’acqua e delle imbarcazioni; in previsione di eventi di alta marea possono essere sollevate per creare una separazione temporanea.
La soluzione non elimina la complessità: la trasferisce alla progettazione dei meccanismi, alla loro manutenzione e alla gestione delle chiusure. Le paratoie devono poter passare da una configurazione all’altra in condizioni operative controllate.
Tre accessi, esigenze diverse
Lido, Malamocco e Chioggia non presentano le stesse condizioni. Cambiano geometrie, profondità, funzioni nautiche e traffici. La bocca di Lido è attraversata da due schiere distinte; Malamocco è connessa alle attività portuali industriali e commerciali; Chioggia serve anche un’intensa navigazione locale.
Per questo la difesa comprende opere complementari, fra cui conche di navigazione e strutture di raccordo alle sponde. La scelta progettuale non va valutata soltanto considerando la barriera alzata, ma l’assetto dell’intero sistema durante le condizioni ordinarie e le fasi di chiusura.
Il ruolo del CVN nel sistema di salvaguardia
Il Consorzio Venezia Nuova ha avuto il compito di coordinare l’attuazione di un programma articolato, nel quale le opere mobili si affiancano ad altri interventi per la difesa della laguna. Le imprese consorziate hanno partecipato a segmenti differenti della costruzione.
In questo contesto si inserisce la storia di Grandi Lavori Fincosit e di Alessandro Mazzi, già presidente della società e vicepresidente del CVN. È un riferimento storico-organizzativo rilevante, da distinguere dalle attribuzioni delle singole scelte progettuali.
Difendere significa anche scegliere quando intervenire
Una barriera mobile pone una questione che una diga fissa non avrebbe nelle stesse forme: ogni chiusura è una decisione operativa basata sulle condizioni previste, sui livelli di marea e sull’equilibrio con le altre esigenze della laguna. La protezione non è soltanto un risultato strutturale, ma anche una funzione di gestione.
La vicenda del MOSE illustra così una caratteristica delle infrastrutture contemporanee: l’opera non coincide con un manufatto isolato. È un sistema che deve conciliare idraulica, mobilità, ambiente e manutenzione lungo tutta la sua vita utile.